Tutto era semplice e povero,
ma crescevamo contenti di quello che la Divina Provvidenza ci forniva

di Adriano Moz

In famiglia

Prima di entrare, a dieci anni d’età (1956), nella Scuola Apostolica di Redona di Bergamo, era stata la mia famiglia l’ambiente dove mi sono formato sia fisicamente che spiritualmente, data la fervente religiosità di ambedue i miei genitori. Nato a Roma in via Quintino Sella, a lato del Ministero delle Finanze, vivevo con i miei genitori e tre sorelle – la terza, Adriana, nata un anno dopo di me – in un appartamento, affittato durante la seconda guerra mondiale, a due anziane signore, che vivevano con noi e che mia madre caritativamente aiutava nelle loro necessità quotidiane. Tutto era semplice e povero, ma crescevamo contenti di quello che la Divina Provvidenza ci forniva: un posto per dormire e una tavola dove mangiare gli scarsi alimenti che si potevano comprare, con risparmi infiniti. Mio padre Alfredo desiderava ardentemente – secondo quello che più tardi mi raccontó mia madre – un figlio maschio dopo aver avuto due bambine, nate durante la seconda guerra mondiale. All’età di 48 anni, egli non poteva accettare di vedere sfumarsi il prospetto di un “erede”—anche se di ben poche cose!--, e pregava con fervore con mia madre Rosa, per questo fine. Finalmente, nel 1946, la Provvidenza gli diede un figlio, cioè me stesso, e, un anno dopo, la mia terza e ultima sorella, Adriana. Papà, ex-combattente della prima guerra mondiale—scampato alla morte nella sconfitta di Caporetto e fatto prigioniero in Austria per quattro anni—e ex-carabiniere a Belluno e a Genova fino alla seconda guerra mondiale, aveva trovato un impiego in una banca di Roma, dove aveva incontrato mia madre, anche lei a Roma proveniente da Macerata in cerca di un lavoro che aveva incontrato in una industria tessile. L’era di Mussolini era terminata, ma le letture di mio padre sul glorioso antico Impero Romano, e su Roma come sede del Papato, gli diedero l’idea di chiamarmi Adriano, in onore e a ricordo dell’imperatore omonimo (sotto il quale l’impero Romano aveva avuto la sua più grande estensione) e dei Papi che avevano portato questo nome. Peró mia madre, volle aggiungermi un altro nome, quello di Mario, in onore a Maria SS., della quale era molto devota. Ma non era tutto, perché a tutto cio’ si aggiungeva il fatto che, essendo mio padre un fanatico di musica, volle far tesoro del suo cognome “Moz”. Questo, essendo raro e di origine svizzero-tedesca—come una ricerca demografica aveva mostrato--, del secolo XV), poteva considerarsi il preannuncio di qualcosa di musicalmente importante, come abbreviazione di Mozart, o per meglio dire, come la sua giusta metà (Moz-Art), o per meglio dire “Moz senza Arte”! Che sogni, in verità!!! Tali pensieri di mio padre, trasmessimi in forma tanto immaginativa durante i miei primi dieci anni di vita, in quell’ambiente della ex-Roma imperiale (e dell’impero austriaco del XIX secolo) risuonavano e si ingrandivano nella mia mente di bambino, fino a quando un giorno a Villa Borghese, tutto cambio’ a causa di una caduta in un buco lasciato da un albero eradicato, che conteneva braci accese. Avevo quasi quattro anni e mi bruciai in profondità la gamba sinistra, dal piede fino al ginocchio, mentre correvo alla libera con la mia sorella minore, anche lei Adriana—sempre in onore agli antichi romani. La Provvidenza volle che la piccola di due anni, gridasse tanto che mia madre da lontano sentí e corse e tirarmi fuori dalla grande cavità. Vedendomi tutto annerito, lei mi diede, sgridandomi, due forti sculacciate, ma quando arrivo’ alla vicina fontanella per lavarmi si accorse che la pelle della gamba sinistra si staccava e la carne si copriva di bolle. Tutta impaurita, mi porto’ alla residenza delle suore dove andavo a fare l’asilo, e Suora Eurosia (ancora mi ricordo il nome per essere stata sempre tanto dolce con me), le disse che bisognava portarmi all’ospedale, per curare la profonda bruciatura. Quella ferita ci mise tre mesi a cicatrizzarsi e, grazie alle numerose preghiere e visite al Santuario della Madonna del Divino Amore di mia madre, non lascio’ altre cattive conseguenze che la cicatrice stessa! Quelle visite al Santuario suddetto erano fatte a piedi, in famiglia, di mattina presto, e in compagnia di tanti altri fedeli di varie chiese. Ci volevano circa due o tre ore da casa nostra per arrivare al Santuario, ma era un pellegrinaggio gaudioso, con diverse fermate, specialmente quella alla chiesa del “Quo vadis?”, sulla via Appia Antica, dove Gesù era apparso a San Pietro—secondo la leggenda--, per farlo ritornare a Roma, mentre scappava dalle persecuzioni di Nerone. Con mio padre facevamo scampagnate, quando libero dal lavoro, ma con lui prendevamo il trenino nella stazione laziale verso l’uno o l’altro dei Castelli Romani, dove a lui piaceva ricordare il tempo in cui, durante la guerra, andava a cercare il mangiare per sfamare la famiglia. Non ho menzionato il fatto che al momento del mio Battesimo, mia madre—e questo me lo disse anni dopo--mi aveva consacrato al Signore. Cosa singolare, mia madre, come altre sante donne prima di lei, da giovane avrebbe voluto consacrarsi totalmente al Signore, ma le circostanze non glielo avevano permesso e cosi viveva il matrimonio come una Santa Monica, madre di Sant’Agostino. Avevo circa sei anni quando mio padre compro’ un nuovo appartamento fuori del centro, in Via di Villa Aquari, accanto a Via Latina e a Via Appia Antica, da dove spesso facevo camminate sia verso la Passeggiata Archeologica con le Terme di Caracalla, che verso le Catacombe di San Callisto, che mi fascinavano con la forza del racconto della difficile vita dei primi cristiani. Inoltre, provvidenzialmente, ci trovavamo molto vicini a Via Circonvallazione Appia, dove io e mia madre andavamo a messa ogni giorno nella chiesa di Sant’Antonio di Padova, officiata dai Padri Monfortani, e tenuta dalle suore del Santo Annibale di Francia, che si occupavano del convento e di una annessa scuola per le orfanelle. Dai miei 6 anni fino ai 10, i tre Padri Monfortani (i quali evangelizzavano assiduamente con frequenti contatti con la gente) che si presero cura di me e mi fecero diventare un fervente chierichetto, erano P. Pasquale Buondonno (provinciale), P. Giuseppe Rum e P. Giuseppe Fenili. Tutti mi parlavano spesso del Montfort, della devoione a Maria SS. e dei luoghi dove si trovavano i Monfortani dentro e fuori d’Italia, soprattutto entusiasmante per me e mia madre erano i viaggi e racconti missionari di P. Buondonno. C’era anche un certo Don Vito, che serviva quella parrocchia e che era incaricato della radio vaticana per la Lituania, proveniendo da quel Paese. Egli, quando avevo 21 anni, fu strumento provvidenziale per inviarmi a studiare nell’università Xavier—gesuita--di Cincinnati (Ohio, USA), dove egli conosceva il direttore del dipartimento di psicologia, suo compatriota. Ritornado alla mia prima gioventù, feci la Prima Comunione nella chiesetta della Misericordia, vicina a casa mia. Ancora sento la gioia che invase me e i miei, immaginando tanti angeli intorno a noi, che ci accompagnavano mentre scendevamo la scalinata d’uscita della chiesa. Fu poco dopo che incominciammo ad andare alla chiesa di Sant’Antonio e che i PP. Monfortani incominciarono a parlarci della possibilità di andare nella Scuola Apostolica di Bergamo a studiare e, se la Divina Provvidenza lo avesse voluto, diventare sacerdote missionario monfortano. Io andavo di anno in anno entusiasmandomi per quel progetto fino a quando venne il benedetto giorno della partenza.

Alla Scuola Apostolica

Alla stazione di Roma, accompagnato dallo stesso P. Provinciale, io ero saltato sul treno pieno d’entusiamo, mentre mia madre si era nascosta piangendo dietro una colonna per nascondersi da me, fino a quando venne il segnale della partenza. Fu allora che la vidi salutarmi con gli occhi pieni di lacrime, ma contenta che il Signore mi avesse scelto per servirLo in modo speciale. Passai 5 anni di studi e di paradiso a Redona (1956-’60), senza mai ritornare per le vacanze a Roma, anche se, un anno più tardi, fu mia madre stessa a venire a trovarmi, lasciandomi poi con gioia, sapendo che non solo mi trovavo bene, ma che ero entusiasta di tutto. I regalucci e dolcetti che lei mi aveva comprato furono poi distribuiti tra me e vari apostolini. Andavamo d’estate a fare le vacanze in montagna—a Rota Dentro—e lí, non solo leggevamo e giocavamo molto, ma davamo anche per la gente locale piccole opere di teatro. Mi ricordo che in una di esse, Graziano Rota aveva la parte di un grosso proprietario agricolo ed io un fratello laico che si era messo dalla parte dei contadini. Graziano si arrabbió tanto con me—nel dramma, naturalmente—che mi diede uno schiaffone, il quale fu tanto forte che caddi per terra “incosciente” per alcuni secondi, sanza più sapere dove stavo. Quando mi alzai, completamente disorientato, la gente applaudì tanto, credendo che il tutto fosse il prodotto di arte teatrale: se solo avessero saputo in che stato mi ritrovavo in quel momento…! I padri monfortani che influirono in modo particolare sopra la mia formazione intellettuale e spirituale, a Bergamo, tra i miei 10 e i 15 anni, furono: P. Oger, come splendida guida spirituale e P. Buratti, come padre accompagnatore insuperabile nello svolgimento della vita quotidiana. A questo proposito, ricordo che una volta ci accompagno’ sul Resegone (le scalate fisiche sulle montagne erano per noi anche scalate ascetico-spirituali, specialmente se dedicate a santuari mariani), dove disse a tutti noi apostolini che dovevamo credere fermamente nel Vangelo, in particolare in quel passo dove si parla della sudorazione di sangue di Gesù nell’orto degli ulivi, perché oggi stesso aveva visto con i suoi propri occhi uno di noi con gocce di sudore insanguinato arrivare sulla cima del Resegone! Più tardi mi dissero che si era riferito a me. Immaginatevi come mi sentíi…! Ma era vero che io, solo montanaro delle colline di Roma, avevo fatto uno sforzo titanico per non fermarmi a metà salita…!! Anche P. Alfonso Libralato era per me una fonte di conforto e stimolo. Quasi ogni sera, prima di dormire, P. Alfonso aveva l’ineffabile pazienza di ricevermi nella sua camera--nella quale mi introducevo spesso senza avvisarlo--e ascoltare tutti i miei problemi e propositi spirituali. Altri modelli miei furono: P. Pedruzzi, che mi dava pazientemente i primi rudimenti di organo e canto; P. Lucon, il quale mi entusiasmava per le scienze naturali (non cosi’ per la matematica, che mi rimase sempre ostile); P. Scotton e i Padri Attilio e Umberto Corna, ed altri di cui non ricordo il nome. Ogni tanto venivano dei monfortani dall’Africa e ci raccontavano le loro esperienze, trasmettendoci il loro entusiasmo per le missioni ed esortandoci ad ogni studio ed opera di bene. Da essi io presi le mosse sia per una più intensa vita di preghiera che per una predilezione per l’evangelizzazione, le lingue e la musica, cose che più tardi mi serviranno moltissimo per il buon successo della propagazione della fede nel mondo, come lo fu per lo stesso Montfort.

Il Noviziato

E venne il periodo del noviziato a Castiglione Torinese, dove mi entusiasmai per l’ascetica e il desiderio profondo di giungere alla santità, attraverso l’imitazione dei Santi (principalmente, dopo il Montfort, di San Giovanni Bosco, San Domenico Savio, il Santo Curato d’Ars, e Santa Teresina). Furono il “Trattato della vera devozione a Maria SS.” e “Il segreto del S. Rosario” di San Luigi Maria di Montfort con le preghiere da lui raccomandate (il rosario completo di ogni giorno; il “Sub tuum presidium”; “Io sono tutto vostro”; il “Memorare” ecc.) che mi trasmisero quella fiamma che il Montfort voleva attraverso la sua “Preghiera infuocata” nel cuore dei missionari da lui fondati. Tali devozioni e comunicazioni con l’Altissimo divennero presto il mio pane quotidiano, insieme all’Eucaristia e la confessione frequente. Anche a Torino suonavo l’organo—generalmente come accompagnatore, in alternanza con altri organisti--, e cantavo come corista e solista per le nostre varie cerimonie religiose. Le frequenti visite a diversi santuari e specialmente al luogo dove si trovava la Sacra Sindone, accentuarono in me il desiderio di santificarmi, tanto che si notava e dovevo sforzarmi grandemente per restare umile, quando mi indicavano—sfortunatamente alcune volte in mia presenza-- come esempio da seguire. Ma presto venne la fine del noviziato, per cui facemmo la professione dei voti temporanei. Io mi sentivo già in paradiso, sacerdote, missionario infocato alla maniera del Montfort, pronto ad andare da Torino a Roma--per fare lo scolasticato, trampolino verso il mondo intero--mio luogo d’origine, vicino ai miei, alla casa generalizia dei Monfortani e al Papa!

Lo Scolasticato a Salone di Roma

Ed eccomi a Salone, a circa 15 km. da Roma e dal Vaticano! Stavamo durante gli anni del Concilio Vaticano II, indetto da Papa Giovanni XXIII, la cui dimora familiare a Sotto il Monte di Bergamo, avevo visitato con molti vantaggi spirituali da apostolino. Dopo un anno di filosofia e altri studi nello scolasticato di Salone, incominciai gli studi teologici e di Sacra Scrittura all’Università del Laterano. Ricordo con piacere l’entusiasmo come insegnante di Sacra Scrittura di P. Rossetto anche se erano corsi dati nell’Università Gregoriana, in quanto discuteva spesso con noi scolastici sui vari punti della Biblia. Fu lui, tra l’altro che mi infiammo’ anche per le lingue straniere. Non voglio poi dimenticare l’amore per la musica sacra. La decisione dei Monfortani di farci frequentare l’Università del Laterano con i suoi corsi di teologia, di morale, di S. Scrittura, di archelologia sacra, della lingua araba classica e di quelle greca e latina ecclesiastiche, ecc., fu per me un’apertura felice e inestimabile verso il mondo accademico della chiesa di Roma, senza parlare del beneficio che mi veniva dall’ incontrarmi con altri rami della chiesa cattolica universale, come le chiese orientali, che più tardi saranno una delle opzioni che mi venivano presentate per entrare in orizzonti nuovi e ancora da me inesplorati.

A Salone le mie tre sorelle e i miei genitori potevano venire a visitarmi spesso e partecipare cosi’ alle varie funzioni liturgiche soprattutto quelle delle feste più importanti dell’anno liturgico. Nei circa 4 anni che stetti a Salone, oltre agli studi teologici, P. Ugo Paccagnella ci esortava ad andare ogni domenica in una parrocchia per insegnare catechismo e aiutare un parroco, preparandoci in questo modo alla vita post-ordinazione. Mi ricordo che andavo con un altro scolastico in una parrocchia non lontana da Salone, dove il parroco ci trattava alla pari come collaboratori quasi indispensabili, mentre i fedeli già ci ritenevano come parte integrante della loro parrocchia. Nello scolasticato, ricordo con grande rispetto e piacere l’affabile P. De Fiores, che aveva un tatto speciale per educarci con gentilezza estrema, anche se con fermezza, specialmente in una occasione quando, giocando a pallone, io avevo dato involontariamente un calcio a un collega il quale protestava con forza e P. De Fiores, prendendoci tutti e due per mano ci fece amabilmente riconciliare. A Salone non solo studiavamo, pregavamo e dormivamo, ma anche lavoravamo nei campi che appartenevano a quella grande proprietà monfortana, estesa intorno all’edificio principale. Mi ricordo che, un giorno, il fratello laico monfortano addetto a quei lavori mi fece condurre un trattore con il quale, al ritorno di un giro di istruzione, rientrando nel garage, quasi sfondo il muro di fronte, perché non trovavo il freno…! Tutt’intorno alla proprietà c’erano poi dei pastori di pecore, per cui io mi sentivo affascinato da quel paesaggio idillico, che mi ricordava continuamente quello di Betlemme. Con tali pastori, nelle mie passaggiate, spesso conversavo, pur rendendomi conto che erano spiritualmente lontani da quelli della Natività… Quella dello scolasticato monfortano era una formazione integrale, che nulla lasciava al caso. A questo si aggiungevano le frequenti visite alle diverse basiliche romane e al Vaticano: la chiesa, i giardini e i musei. Non potrò mai dimenticare il giorno in cui fu eletto Papa Giovanni XXIII, e specialmente quella sera in cui esortò tutti fedeli a mirare la luna e poi ad andare a casa a baciare i loro bambini, dando loro una carezza dicendo che era la carezza del Papa! Noi monfortani venuti da Bergamo, amavamo in modo particolare Papa Roncalli, perché avevamo visitato la sua casa nel villaggio di Sotto-il-Monte e avevamo parlato con i suoi familiari--specialmente con uno dei suoi fratelli che sempre si trovava davanti al portone di casa lavorando in qualche cosa--, i quali ancora vivevano umilmente tra strumenti agricoli e animali da lavoro dei campi. Da Haiti era venuto a Salone uno scolastico monfortano di razza negra e di età maggiore della generalità degli altri scolastici. Ebbene, egli divenne il mio fratello maggiore con cui mi confidavo in modo speciale, soprattutto in relazione a quello che si faceva nelle missioni, per il grande desiderio che mi era sopravvenuto di uscire un poco dallo scolasticato e condurre una vita più vicina a quella della gente ordinaria, dato che ero entrato da piccolo nella scuola apostolica e non avevo vissuto né conosciuto ancora quello che significava vivere in famiglia o in una comunità laica. Anche il mio Padre spirituale mi esortò a sperimentare, prima dei voti perpetui, la vita fuori dello scolasticato. Una maniera era quella di cercare un Istituto che mi accettasse per un po’ di tempo come “esterno.” E cosi’ mi furono suggeriti prima Istituzioni di cattolici orientali e poi le MEP (Missions Etrangères de Paris) che, una volta contattate, accettarono nel ’68 di ricevermi in prova per un anno.

E in seguito...

Per fare la sintesi di quale eredità soprattutto spirituale i Monfortani mi hanno, devo dire con sincerità che essa fu enorme. Innanzitutto la conoscenza, teorica e pratica, della vita e scritti del Santo di Montfort che, sia nei vari ritiri annuali che nelle letture e meditazioni quotidiane, ci veniva proposta. Poi, l’importanza della devozione alla SS. Vergine, con il rosario meditato, completo e giornaliero (che ancora oggi pratico); in seguito, l’amore alla messa di ogni giorno con la comunione e confessione frequente. Infine, l’unione costante con Dio attraverso l’offerta continua della mia vita, attraverso la preghiera costante e la consacrazione totale al Signore per mezzo di Maria SS. (“Io sono tutto vostro…”). Durante i circa 11 anni che vissi con la famiglia monfortana—e con le suore Figlie della Sapienza, secondo il titolo dato dal Montfort--, dall’età di 10 a 21 anni, oltre a quello che già ho descritto sopra, ho imparato ad essere padrone dei miei pensieri e delle mie azioni, evitando quegli impulsi naturali che mi rendevano aggressivo da un lato e irreflessivo dall’altro. Ho anche appreso ad ascoltare ed imitare—attraverso la lettura attenta e costante del libro L’Imitazione di Cristo”--, i Santi che sempre mi hanno mostrato il cammino verso la vera devozione e la carità. Tra essi voglio nominare in particolare, oltre al Montfort, San Giovanni Bosco e il suo discepolo San Domenico Savio; il Santo Curato d’Ars (del quale il buon P. Buratti spesso ci parlava durante le meditazioni del mattino); Sant’Agostino e Santa Monica (ai quali mi relazionavo facilmente, pensando all’influenza che mia madre aveva avuto verso di me). Devo aggiungere che non tutte queste cose erano “direttamente” collegate alla vita spirituale come tale--come lo erano le preghiere e le visite al SS. Sacramento dell’altare. Anzi, spesso, si trattava di pensare mentalmente a consacrare tutte le mie azioni e pensieri al Signore, per cui gli studi--siano essi della letteratura o della matematica, delle scienze e della storia o delle lingue estere, musica, o canto e teatro--e persino il gioco, erano maniere di unirmi al mondo divino. A questo proposito, ricordo che sovente, durante l’ora di ricreazione, mi si permetteva di andare a suonare uno strumento e che io mi ero tanto appassionato alla musica (sotto il magnifico esempio di P. Pedruzzi, P. De Fiores e i PP. Libralato Alfonso e Ivo, senza dire dello sprone che mi veniva da alcuni dei miei compagni più bravi di me, come Breviario ed altri), che oltre all’organo, imparai a suonare anche la chitarra, il sassofono, la fisarmonica e il clarinetto, tutti strumenti che erano a nostra disposizione. A questo devo aggiungere che già dal tempo del noviziato e poi dello scolasticato mi si permetteva di cantare come solista e persino di dirigere il coro. Tutte queste cose mi servirono e ancora mi servono, grazie ai Padri Monfortani e la loro magnifica formazione umanistico-religiosa. Più tardi, la musica mi è servita come mezzo di evangelizzazione, sia dando concerti o cantando per matrimoni, mentre mi laureavo in giurisprudenza all’università di Roma, e sia quando mi presi un dottorato in lettere italiane e francesi negli USA, dove, in ogni occasione, davo concerti vocali o strumentali come solista o come parte di vari gruppi. Lo stesso sto facendo ora qui in Portorico, ormai da 20 anni. Alla pari con le lingue e la letteratura, ho esercitato sempre e dovunque la musica nei suoi vari aspetti—teorici e pratici-- come concertista ed insegnante. Le mie prestazioni musicali, come mezzo di evangelizzazione, sono sempre state precedute da presentazioni sia dei testi commentati, sia del genere musicale da eseguire: in Italia e Portogallo, in Francia e Germania, in USA, Israele e Portorico, ho suonato e cantato in varie basiliche, cattedrali, e teatri. Naturalmente ove più vantaggi spirituali ricevemmo per me e per coloro che mi accompagnavano, furono i luoghi dove c’erano state apparizioni—Fatima, Lourdes, La Salette, Medjugorie--o dove aveva vissuto la Sacra Famiglia—Gerusalemme in particolare--, o dove santi come il Montfort, il Curato d’Ars, San G. Bosco, avevano operato. Gli articoli o pampflet che ho pubblicato in varie nazioni sulle opere degli scrittori piu’ conosciuti, sui musicisti e loro librettisti, sempre hanno avuto un fondo evangelizzatore; anche quando facevo teatro (sia recitato che lirico), o suonavo l’organo per varie cattedrali, o dirigevo vari cori o terzetti, quartetti, quintetti e sestetti, sempre la mia intenzione primaria era quella di fare opera missionaria, del resto quasi sempre le mie presentazioni erano in luoghi religiosi o su materie religiose. Tutto questo non lo dico per la mia gloria, ma in onore della Vergine Maria, che attraverso i Monfortani mi ha chiamato e formato fin da piccolo, insegnandomi a sviluppare tutte le qualita’ concessemi, fisiche, intellettuali, morali e spirituali. Non voglio dire che ho sempre fatto tutto alla perfezione o che non mi restino ancora mille orizzonti da raggiungere; sono perfettamente cosciente delle mie debolezze. Quello che ho voluto accentuare in queste memorie, è che solo l’incomparabile generosità divina, attraverso la devozione verso la SS. Vergine e l’eccellenza dell’educazione dei Padri Monfortani hanno potuto portarmi a questi risultati. Essendo adesso maturo, in età ed in conoscenza, vorrei essere anche più utile a tutti quelli che passano per le stesse prove nel loro cammino spirituale.

“AD MAYOREM GLORIAM DEI”