Dio nel mondo
Natale fino in fondo

di Battista Cortinovis

Si sa, il Natale è la nascita di Gesù. Il credente sa anche che il Natale è la venuta di Dio nella storia umana. In termini più biblici e teologici, che il Verbo si è fatto carne, il Figlio di Dio si è fatto Uomo. Ma risaliamo fino a Betlemme, come fecero i pastori, per trovare Maria, Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. È un percorso in salita, o in profondità, per trovare il vero senso del Natale. La profondità che ha creato una parola: incarnazione. Dio si fa Uomo, carne, essere umano, Gesù Uomo-Dio. A Natale e per sempre. Non più un Dio lontano, sconosciuto, astratto, difficile da vedere e da capire, ma Gesù, persona concreta, vicina, facile da conoscere e da vedere. Pensando che è Dio stesso che in Gesù si manifesta, parla, insegna, ama. Divino e umano nello stesso tempo. Un umano che esprime il divino, un divino che si fa incontrare nell’umano. Non più distanza, né estraneità, né opposizione. Invece: vicinanza e comunione.

Incarnazione

L’incarnazione è l’evento fondamentale del cristianesimo, la novità assoluta, capace di rovesciare l’antica concezione del mondo religioso. Il Natale è perciò la notizia clamorosa e rivoluzionaria annunciata agli uomini, ma non ancora compresa né accolta fino in fondo. Ancora si è convinti della distanza di Dio dal mondo: lo si sente lontano, sconosciuto, chiuso nel mistero, forse anche ostile o almeno indifferente verso l’umanità, pronto solo a giudicare e forse a castigare; un Dio “sacro”, per avvicinarsi al quale occorrono particolari riti “sacri”, misteriosi, quasi magici. Lui spirituale, noi materiali. Spirituale è Dio e il suo mondo, fatto di angeli, di cielo, di vita eterna. Mentre l’umano è materiale, fatto di corpo, di terra, di tempo, di materia. Per piacere al Dio spirituale si pensa ancora che si debba rinunciare al mondo materiale: al corpo, alla materia, al tempo. L’incarnazione, al contrario, chiede che si viva la dimensione spirituale, che anche l’uomo possiede, dentro la corporeità; la dimensione eterna da vivere già nel tempo; l’ascetica divina dentro la fragilità umana; la grazia, la maturità di fede, la santità, dentro la condizione umana, segnata dal peccato, dall’ignoranza, dalla debolezza. I pastori, saliti a Betlemme, trovano Maria, Giuseppe e il bambino. Una realtà umana, la dimensione di un amore fra tre persone. E riconoscono l’avvenimento preparato per loro dal Signore. Dove c’è amore, c’è Dio. Questo basta. Il Natale è la nascita di Gesù da sua madre Maria. L’incarnazione del Verbo in Maria segna una dimensione mariana del cristianesimo. San Giovanni Paolo II ha potuto parlare di un “profilo mariano” della stessa Chiesa. Non si conosce davvero la Chiesa, se non si riconosce il suo profilo mariano. Maria è il rivestimento umano della incarnazione: riconoscere Maria non è solo una “devozione mariana”, ma l’accettazione della dimensione umana del mistero cristiano. E questo “profilo mariano” della Chiesa non è ancora pienamente riconosciuto. Perché ancora si separa sacro e profano, materia e spirito, anima e corpo, religioso e laico. E ancora si pensa e si predica la rinuncia a un mondo per accedere all’altro, il rifiuto dell’umano per accogliere il divino. Contro l’incarnazione. Contro il Natale. Il linguaggio che ancora usiamo parla di persone sacre (sacerdoti, o monaci), di luoghi sacri (una chiesa), di tempi sacri (la domenica, la quaresima), tradendo una concezione che invece è smentita dalla incarnazione, che - se si vuole - ritiene tutto “sacro” nel senso di rispettabile, perché creato da Dio, mezzo per andare a Dio, situazione favorevole all’esperienza di Dio. Alla morte di Cristo sulla croce, scrive il Vangelo di Marco: “Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (Mc 15, 38). E la Lettera agli Ebrei afferma che Cristo “abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo; mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10, 10). L’incarnazione abolisce la separazione tra il mondo di Dio e quello umano, poiché Dio si è fatto Uomo in Gesù Cristo; egli è venuto a porre la sua tenda in mezzo alle nostre tende e non ci chiede di rinunciare all’umano, ma di elevarlo fino alla santità sua, mediante una vita donata unicamente per amore.